Festeggiamo il primo anno di baumhaus nel Parco “Ettore Bufalieri” Dopolavoro Ferroviario di Bologna. Abbiamo pensato di farlo partendo dal raccontare da dove siamo partiti, perché è nato baumhaus e cosa ha significato avere una nuova “casa” nel parco del DLF. Seguiranno una serie di articoli che raccontano gli incontri fatti in questi mesi, le relazioni coltivate e i progetti che stiamo sviluppando nel parco.

P.S. Questo pezzo avremmo dovuto pubblicarlo a marzo 2018. Ma lo abbiamo già scritto in altri luoghi che un albero è la lenta esplosione di un seme.


Bisogna prendere casa nel mondo,

dare confidenze a un muro,

alla curva di una strada.

Cedi la strada agli alberi – Franco Arminio

baumhaus cercava casa da un po’, per mettere radici e per aprire in città spazi accidentali di incontro, di cultura, di riappropriazione. La ricerca ha messo a dura prova la forza del progetto, ma ci ha anche permesso di consolidare un punto di vista, di orientarci, di far emergere contraddizioni e paure.

Nasciamo nel 2008, in Piazza dell’Unità e all’interno del Coordinamento Migranti, quando Emanuele, Davide, Marco e Andrea decidono, attraverso il laboratorio hip hop On the Move, di creare uno spazio settimanale aperto, libero, in cui ragazzi e ragazze appartenenti a una generazione in movimento potessero trovare “affetto”, “qualcosa che li potesse interessare”, ma anche “un posto dove anche solo puoi stare” (cit.). Uno spazio di possibilità che ha vissuto e si è sperimentato per anni all’interno di XM24, in Bolognina.

Nel 2012 nasce l’Ass. MAP, che per 4 anni abita lo spazio di Corte3, dove muovono i primi passi anche la webzine Bolognina Basement e il Festival BAUM. Nel 2015 arriva baumhaus, la “casa sull’albero”, un nome che racchiude tutte le progettualità del gruppo e poi ancora “La Clique! – La Scuola di baumhaus” che si concentra sul lavoro con gli/le adolescenti accompagnandoli in un processo di costruzione di uno sguardo personale e posizionato sul presente, così come sul futuro. Attività di formazione culturale – riconosciute dalle scuole e dai servizi – pensate per rispondere ai bisogni e alle aspirazioni in particolare di quei ragazzi e quelle ragazze a cui viene detto di non potersi permettere il privilegio di desiderare, perché sulla carta non hanno i requisiti per “farcela”.

Tra fine 2016 e inizio 2017 ci siamo messi alla ricerca di uno spazio abitabile e soprattutto appropriabile. Abbiamo cercato avendo chiaro quello a cui baumhaus non poteva rinunciare: un luogo di sperimentazione e di crescita continua, di incontro e di innovazione: sociale, culturale e politica. Nel corso di quasi 11 anni di storia molti progetti sono finiti, si sono trasformati, oppure non hanno neanche visto la luce. Per la stessa ragione è complicato spiegare all’esterno il valore (e la fatica) generato dal confronto costante, e alle volte estenuante, che però ci ha permesso di “diventare noi stessi”. Attraverso relazioni caparbie, e anche un po’ per caso, abbiamo trovato casa (in affitto) al Dopolavoro Ferroviario nel marzo 2018.

Scopriamo di un parco, della sua storia e del suo confuso presente. Ci troviamo in una dimensione spazio-temporale che ci sembra infinitamente distante da noi. Scopriamo che c’è una lunga trattativa in corso (dal 2005) tra Comune e Ferrovie dello Stato perché il parco diventi un luogo pubblico. E nel mezzo, nel frattempo, immobilismo, paura, visioni contrapposte e diffidenza.

Volendo guardare il parco da una lontana angolatura, dalla luna, si osserveranno macchie di verde incastonate in cemento rarefatto, alberi enormi che potrebbero raccontare di un Dopolavoro di quando il lavoro era un aspetto sicuro della vita delle persone, di spazi appropriati e trasformati, informalmente utilizzati per far sgambare i cani o per creare socialità o restare marginali, alla periferia di una ferrovia che domina alle sue spalle.

“Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata.”

Avvicinandosi alle forme e alle persone, le linee si sono sempre più dettagliate e se, ad un primo sguardo, il Dopolavoro Ferroviario appare “uno spazio che non esprime né potere, nè sottomissione al potere”, solo standoci dentro si può cogliere la complessità delle relazioni, la nostalgia del vecchio splendore che lascia spazio alla desolazione di alcuni angoli vuoti, bui. Ci siamo allora domandati cosa farne della casualità, come avvicinarci a mondi lontani da noi per valorizzare un potenziale così forte, come rispondere ad una sfida che ci chiama a prenderci cura: di baumhaus, di un parco, delle sue relazioni, degli spazi tra le cose e tra le persone.

E’ proprio lì che, osservando dalla terrazza, con un grandangolo e con occhiali magici, proviamo a immaginare la trasformazione e a cercare di scavare a fondo perché cuore, volontà e visione collettiva emergano e trovino le energie per ridare bellezza a quel luogo che non è casa di nessuno e di tutti, e tale deve restare.

Il progetto è ambizioso e, come sempre, rischia di fallire. Ma non provarci significherebbe far morire un pezzetto di quell’idea che ci ha mosso a cominciare tutto, ormai 10 anni fa, per infilarci nelle contraddizioni, esplorarle, appropriandoci del “lusso” di poter sbagliare.

Le citazioni sono tratte da “Manifesto per il Terzo Paesaggio” di G. Clèment