Tra ottobre 2018 e marzo 2019, Michele Restuccia, insieme ad Ilyass, Victor e Mua, hanno esplorato il parco del Dopolavoro Ferroviario, evidenziandone usi, potenzialità e limiti. Di seguito il racconto di questi mesi, a partire dallo sguardo dei ragazzi e dalle voci di alcune delle realtà che abitano il Parco.

Quando baumhaus ha trovato sede nel Parco “Ettore Bufalieri” del Dopolavoro Ferroviario avevo fatto alcuni incontri e interventi sull’idea di spazi accessibili, in particolare per fare di BH un luogo di lavoro e socialità. In autunno con Elvira abbiamo chiesto aiuto a Ilyess, Mua e Victor, che avevano già seguito alcuni laboratori nello spazio Baumhaus.

A ottobre abbiamo iniziato dicendo “dobbiamo immaginare l’impossibile, una provocazione che ci rendeva scomodi e un po’ irrequieti. Per diventare esploratori del mondo, dice Keri Smith, bisogna osservare il mondo come se fosse la prima volta: l’impossibile è ciò che non è stato ancora detto o visto.

“Ciascuno vede da un punto di vista”– Danilo Dolci

Ho detto ‘mettiamoci nei panni degli altri’, di chi lavora a BH (Luca): facendo come lui, gli esploratori hanno scoperto conflitti tra gli usi (“se lui deve lavorare io come faccio a far balotta? E viceversa?”) e possibili soluzioni (“delimitiamo meglio gli spazi oppure cambiamo gli orari”). Con la pianta di BH abbiamo capito che servono messaggi che accolgano (Victor dice: Beh!?), arredi che dicano che baumhaus è anche un luogo dove si lavora, si impara e si sta bene. Le cose necessarie si potrebbero creare proprio qui, come ha detto Victor, “laboratori per imparare a costruire luci a led per alcune zone, soprattutto quelle per stare tra di noi”.
Ma non solo: servono regole e orari adatte sia a chi lavora che a chi si rilassa o studia, per esempio delimitando un’area con divano e una micro-biblioteca, magari da autogestire.

Il passaggio successivo è stato scoprire che guardare non è semplice come si pensa: fare un ritratto a qualcuno con un unico tratto di matita e senza guardare il foglio – il blind portrait – è stato difficile, ma ha fatto capire agli esploratori che serve consapevolezza. L’abbiamo applicata prendendo dei punti di vista inusuali nella stanza e nella terrazza, da cui abbiamo scoperto percorsi, suoni, animali e altre cose che non avevamo ancora visto.
Tutte le finestre di baumhaus affacciano sul parco: da subito capiamo che non puoi parlare dell’uno senza dire l’altro.
Dalle finestre dello spazio vedi una locomotiva ferma su una rotaia, un po’ arredo e un po’ monumento: come altre cose qui, tutto è immediatamente evidente ma con una storia ancora poco conosciuta.

“Lo sguardo dell’altro vede laddove noi siamo ciechi, può contraddirci”.(Lea Melandri) .

Con questi primi appunti siamo andati a conoscere chi vive il parco, organizzando delle interviste con la palestra Sempre Avanti, Locomotiv, Cineteca e DLF: ci siamo avvicinati con cura, consapevoli che stavamo costruendo relazioni, come premessa per dialogare ora e fare altre cose in futuro.

“Cosa ci puoi dire della locomotiva?”

Il parco contiene anzitutto storie: partendo da queste abbiamo parlato di motivazioni, cura, tempo libero, soldi, tecnologia e lavoro. Quello che manca di più sono le relazioni e la fiducia, le stesse che abbiamo dovuto costruire per parlare con persone che prima non conoscevamo.

“Prima era come la Pangea, ora sono divisi come i continenti” – Victor stava parlando di quello che avevamo trovato in alcuni mesi di esplorazione di baumhaus e del parco del DLF. Ora avevamo bisogno di visualizzare gli appunti e di immaginarci cose “nuove” per il parco.

Ilyess, mentre guardavamo la mappa del parco, ha detto: “non ci sono attività gratuite”, ci viene soprattutto chi può pagare mentre “una volta ci veniva la gente a passare il tempo, anche per non fare nulla”. Tante attività “si svolgono dietro le pareti degli edifici”, non si vedono, e quindi servono messaggi e arredi che le esplicitino.

Osservare ti chiede di concentrarti su di te e ciò che esiste attorno a te. “Immaginare ti lascia la libertà di vedere anche ciò che non sai.” (Bruno Munari). Nel percorso gli esploratori hanno scoperto che nel finger pong la pallina alle volte c’è e alle volte non c’è. Quello che conta è la relazione tra chi gioca.

Qui ha contato la relazione tra i due atti (osservare e immaginare) come quella tra le persone: per costruirla servono fiducia, mappe, idee sorprendenti e un bloc notes.

“Vuoi giocare a finger pong?